Resident Evil 5
Le speranze di un 2009 (per ora) privo di blockbuster annunciati poggiano innegabilmente su una produzione nipponica colorata d’occidente e piazzata in un poco probabile continente africano. Non stiamo facendo confusione tra le nostre sbiadite conoscenze geografiche, stiamo parlando di Resident Evil 5.

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L’ultima fatica Capcom, pushata incautamente da tempi d’attesa colossali (eccessivi, considerando i risultati), porta sul proprio nome altisonante, memoria di un passato glorioso, il peso di un anno, il 2009, che per forza di cose sarà costretto, alla fine della fiera, a confrontarsi con un 2008 stratosferico. E, come ormai la modernità dei network “tutto e subito” impone, la software house asiatica ha divulgato, prima in Giappone poi in Occidente, una versione dimostrativa del suo survival horror tristemente sempre più action che sopravvivenza. Alla tendenza verso l’azione pura, in verità, ci eravamo già abituati con Resident Evil 4; non è questo, quindi, l’elemento che scatena la nostra preoccupazione, sebbene la luce del giorno renda atipica l’atmosfera del gioco. Poteva essere, questo, il tocco di classe che distingue il campione in campo, ma non lo è stato: l’originalità della città al sole si spegne inevitabilmente al pari della tensione videoludica allentata da zombie semifermi, animazioni granitiche e controlli macchinosi che, anziché accrescere il senso di impotenza di fronte a orde di creature demoniache, fanno da filtro troppo pesante tra videogiocatore e personaggio su schermo.

